Trentodoc: quattordici bollicine di montagna da mettere sotto l’albero di Natale (prima parte)

Il Trentodoc prosegue nella sua crescita qualitativa e quantitativa. Le due cose non vanno disgiunte e bene fa la Camera di commercio atesina a porre come obiettivo da raggiungere i 10 milioni di bottiglie per le “bollicine di montagna”. La produzione attuale è infatti attestata a 7.7 milioni di bottiglie (6.3 milioni Trento bianco; 641mila Trento riserva; 733mila Trento Rosé e 32mila circa di Rosé riserva) di cui il 20% destinato ai mercati esteri, con un valore della produzione di circa 80 milioni di euro. Superare la soglia dei 10 milioni – obiettivo non irrealistico se si considera che le uve dichiarate Trento Doc nel 2016 sono ammontate a 108mila quintali – vorrebbe dire consolidare il posizionamento delle bollicine trentine sul mercato interno ed alimentare un ciclo finanziario positivo a tutto vantaggio dei produttori, specie quelli di più piccola dimensione, al traino dei big player: Ferrari-Lunelli in testa.
Il percorso sin qui attuato conferma la visione dei primi soci fondatori, nel 1984, dell’Istituto Trentodoc il cui lavoro ha portato nel 1993 all’avvio della DOC, poi nel 2007 alla nascita del brand collettivo territoriale Trentodoc. In questi ultimi dieci anni, gli iscritti alla Doc sono passati da 27 a 48 coinvolgendo sia nomi storici del Trentino vitivinicolo sia nuove realtà, fatte da piccoli e/o giovani produttori. A rafforzare il progetto delle “bollicine di montagna” ci sono anche altri due fattori : la Fondazione Edmund Mach come oggi si chiama l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, fondato nel 1874 per rilanciare l’attività agricola del Sud Tirolo, diventato una delle scuole più importanti al mondo, oggi antenna di sperimentazione insostituibile; l’Enoteca Provinciale di Palazzo Roccabruna, nel cuore di Trento, luogo di incontro “fisico” fra appassionati e turisti coi produttori (non soltanto vino, ma tutto l’agroalimentare) trentino: una vera “arma di affiliazione di massa” ai piaceri della tavola del Principe Vescovo.
Proprio a Palazzo Roccabruna, The Italian wine Journal, ha testato alcuni dei più interessanti Trentodoc della nouvelle vogue. Quattordici spumanti da provare e mettere in cantina.

1. Viticoltori in Avio
Trentodoc Sarnis Rosé Brut
65% chardonnay, pinot nero
La più meridionale del sistema delle cooperative vinicole trentine, posta al confine con la provincia di Verona, occupa un vasto panorama di vigneti posti sia lungo le sponde del fiume Adige, sia sui contrafforti della Lessinia verso Est e del Monte Baldo verso ovest. Terra di confine, segnata da un paio di millenni di tradizione agricola e di confronti serrati fra i “regni del nord” e la spinta “latina” da sud. Questo Rosé ci ha davvero ben impressionato: bellissima nota di colore nel bicchiere, profumi immediati e caldi all’olfatto con frutti rossi, ciliegia e una nota più balsamica. Il palato è coerente, di bella acidità dove tornano le note fruttate e quelle più morbide di brioche.

2. Cantina sociale Roverè della Luna-Aichholz
Trentodoc bianco Vervé millesim.2014 brut
40% chardonnay, 40% pinot bianco, pinot nero
Ci spostiamo nella parte più settentrionale della provincia di Trento, sul confine con Bolzano, poco sotto Salorno. A questa cooperativa, vicina ai cento anni di attività, fanno riferimento poco più di 420 ettari di vigneto su un’immensa frana calcarea che attraversano il confine provinciale. Nel blend compare il pinot bianco, una risorsa oggettivamente poco sfruttata che pure aumenterebbe il tasso di originalità delle bollicine atesine. In effetti già all’olfatto questo spumante si presenta con note assolutamente uniche, intriganti e preziose. Il palato è coerente con note fruttate mature e agrumate col cedro e pompelmo. Lungo il finale. Buona freschezza.

3. Trentodoc Rosé Vervé millesim. 2014 brut
100% pinot nero
Anche per il rosé la scelta dell’enologo è molto decisa, sin divisiva per i winelover. Tutto, dal pack al colore del rosato, dice che la personalità e l’unicità sono due caratteristiche fortemente volute. Il giudizio complessivo ne deve tener conto, e va apprezzata comunque la voglia di “stupire” per un Trentodoc: una denominazione sempre molto prudente nei suoi cambiamenti. Superato lo “scoglio” o il “successo” del colore nel bicchiere, rimane però il vino. Si registra una continuità fra il Vervé bianco e il Rosato, un filo conduttore importante. Naso di frutta rossa, ciliegia e fragola. Il palato è sapido, tornano le note fruttate e una leggera speziatura. Persistente sul finale.

4. Cantine Monfort-Lavis
LS Selezione Sforzellini brut
100% chardonnay
Negli anni scorsi, la prima annata della Selezione Sforzellini aveva impressionato per le sue caratteristiche, per la sua personalità. Questa bottiglia, invece, lascia a casa buona parte di questo retaggio per una versione più morbida, più piaciona, meno personale. Si tratta di una scelta, ovviamente, e questa non si discute. Il risultato è quindi un Trentodoc ovviamente ben fatto, ma che perde gran parte della sua identità. Molto floreale, frutta verde, lieve nota di agrumi. Il palato non esce da questo binario. Nulla da eccepire tecnicamente, resta un po’ di delusione riguardando le note della prima degustazione di questa Selezione.

5. Cembra cantina di montagna
Trentodoc Ororosso Rosé brut
Chardonnay, pinot nero
Valle di Cembra, ovvero la culla della verticalità dei Trentodoc, dalle caratteristiche inconfondibili frutto di un territorio unico caratterizzato dalla presenza del porfido – l’oro rosso della valle – e dell’alta quota dei vigneti. Da piccole parcelle di pinot nero, provenienti da diversi vigneti, nasce questo Rosé che sta sui lieviti oltre cinquanta mesi. Potente nei profumi al naso dove dominano le note floreali e quelle di piccoli frutti di bosco e ciliegia; coerente ed ampio nel palato dove tornano sensazioni calde di frutta sotto spirito. Di grande freschezza e finale sapido. Intrigante ed invitante alla beva.

6. Concilio
Cuvée 600Uno Dosaggio zero
100% Chardonnay
C’è una certa sovraesposizione per i “dosaggio zero” che se da un lato certificano della bontà dei processi produttivi di una cantina – dal vigneto alla vinificazione e a tutte le delicate fasi di un metodo classico – dall’altro rischiano di presentare ai winelover vini molto duri, tranchant, scontrosi. A meno che l’annata non sia particolarmente favorevole e non porti alla maturazione perfetta ogni singolo grappoli. Concilio porta al Dosaggio Zero le uve di Chardonnay provenienti dai vigneti che dominano Trento a circa 600 metri di altitudine rivolti a sud-est. Olfatto molto netto, con profumi di frutta a pasta gialla matura, mela golden, brioche e una nota balsamica. Il palato ha una grande freschezza, una beva invitante; tornano le note fruttate, crema pasticcera e leggere note di tostato. Come detto, molto appagante.

7. Conti Bossi Fedrigotti-Masi
Conte Federico Riserva 2012 brut
60% chardonnay, pinot nero
La cantina trentina oggi guidata dal colosso veronese dell’Amarone ha negli ultimi anni messo mano ai suoi vini, un refresh che, senza snaturare la storia pluricentenaria (la prima vendemmia è del 1697), ha però reso più moderni i suoi cavalli di battaglia, Fojaneghe in primis. Il Conte Federico è dedicato all’inventore del Fojaneghe (primo blend bordolese del Trentino della rinascita). I 40 ettari delle tenute Storiche si trovano a Rovereto, Isera e in altri due piccoli Comuni della destra-Adige. La prima impressione olfattiva è molto positiva: profumi puliti, ricchi, dove dominano le note aromatiche, di crosta di pane e crema. Il palato è coerente, tornano le note dell’olfatto, con un finale di agrumi e pesca a pasta bianca. Di grande pulizia ed ottima fattura.

(Segue seconda parte)

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