Cava, record storico di vendite nel 2017 a 252 milioni di bottiglie per 1.1 miliardi di ricavi. Ma il mercato premia ancora la “base” Tradicional

Il Consejo regulador della Dop Cava ha comunicato i dati di vendita relativi all’anno fiscale 2017, dominato dalle turbolenze politiche in Catalogna che hanno rallentato la fase espansiva dell’inizio d’anno fermando la crescita del Cava al 3% sul 2016. L’insoddisfazione è evidente, dato che ci si aspettava di cogliere i frutti della “premiumisation” della denominazione con una spinta verso Cava a più alto valore aggiunto.
Partiamo dalle cifre: nel 2017 sono state vendute nel mondo 252,5 milioni di bottiglie di Cava (più 3% come detto) che rappresentano il massimo storico delle vendite con un incasso di 1.149 milioni di euro (la crescita qui è stata del 6.5%) pari a 4.55 €/bottiglia. Le bottiglie vendute di Cava “tradicional” con invecchiamento medio di 13.8 mesi sono state di 219,8 milioni (più 1.95%); i Cava Premium sono cresciuti del 10.75% attestandosi a 32.6 milioni di bottiglie.
Crescita marcata per i Cava biologici, più 48% a 5.9 milioni di bottiglie, mentre i Cava Rosé hanno perso il 2.2% del mercato fermandosi a 20.9 milioni di bottiglie: un calo che va in controtendenza con la crescita d’interesse per gli SW Rosè (la chiave d’accesso al mercato, invece, degli spumanti inglesi e del Midi francese). La produzione di uva nei 37.706 ettari della denominazione è stata di 271 milioni di chilogrammi di uva: il 36% è Macabeo, seguito da Xarel-lo, 25.3% e da Parellada, al 20%. Marginale il ruolo di Chardonnay, appena il 7.9% della produzione, e del Pinot nero, 2.32%. La spinta verso un Cava internazionale anche in vigna a scapito dell’identità pare essersi fermata a tutto vantaggio degli autoctoni.
Esportazioni, la voce “forte” del Cava. Dalle 4 (quattro) bottiglie vendute in Macedonia ai 31.4 milioni di bottiglie vendute in Germania: complessivamente l’export ha inciso per 162.2 milioni di bottiglie, con una crescita del 2% (poco, meno della crescita del Pil iberico, e poco se confrontato ai dati ben più importanti dei concorrenti francesi ed italiani) di cui 112 milioni nell’Unione Europa e 49.6 milioni nei paesi terzi, più 5.2%. Il mercato interno si è bevuto 90.2 milioni di bottiglie, con una crescita del 4.7%, che ha assorbito le perdite nei consumi del biennio precedente, anche se il Consejo non ci dice quanto cava catalano è stato bevuto nel resto della Spagna dove non erano mancate voci di possibile boicottaggio verso i produttori indipendentisti (Freixenet e Codorniù non a caso hanno spostato la loro sede sociale fuori dalla Catalogna). Mancano ancora, comunque, 7 milioni di bottiglie per raggiungere il record nell’export registrato nel 2012. L’Italia si conferma un mercato poco significativo – nonostante gli sforzi di pochi coraggiosi importatori -: appena 305mila bottiglie comprate (ma agli inizi del secolo si era sul milione di bottiglie), rappresentiamo il 32.mo mercato per il Cava e rimane il mistero sul perché gli Italiani, fra i primi turisti per numero a Barcellona, siano così poco interessati al metodo classico delle Ramblas. Certo, il Prosecco è un temibile competitor, ma … il mistero rimane.
Veniamo in dettaglio quali Cava sono stati comperati:
– Cava Tradicional, minimo 9 mesi di invecchiamento, 219 milioni di bottiglie, meno 1.95%;
– Cava Reserva, minimo 15 mesi, 28.6 milioni di bottiglie, più 13.4%;
– Cava Gran Reserva, minimo 30 mesi sui lieviti, 3.9 milioni di bottiglie, meno 6.6%
– Cava de Paraje Calificato, i cru della denominazione, minimo 36 mesi, 40.536 bottiglie (nei primi due mesi di commercializzazione, novembre e dicembre scorsi).
Da un punto di vista commerciale il dramma è che i compratori internazionali si sono concentrati di più sul Cava tradizionale, che invecchia di meno e costa di meno, lasciando ai soli spagnoli l’acquisto maggioritario delle Riserve e dei cru. La logica della concorrenza al ribasso sta tenendo lontano dai winelover europei e internazionali il meglio del Cava e servirà uno sforzo di comunicazione in più per convincerli in futuro a spendere qualche euro in più: euro, peraltro, ampiamente giustificati e meritati visto la gran mole di lavoro fatta per qualificare sempre di più le bollicine spagnole come dimostrano i concorsi internazionali più prestigiosi (ivi compreso il Challenge Euposia che ha dato proprio ad un Cava il titolo di campione del mondo nella sezione bio: per l’esattezza, Gramona, “Gran Reserva Celler Battle 2006”).
A fine dicembre due terzi dei Cava Premium (Reserva, Gran Reserva e Cava de Paraje calificado) sono stati comprati dal mercato interno. Altro dato; l’88% degli acquisti Premium si è concentrato sulle Riserva
Anche per i Cava Rosè e i Bio il mercato ha privilegiato i vini più freschi, dal minor affinamento sui lieviti, lasciando a Riserve e Gran Riserve soltanto una posizione marginale: nei Rosè parliamo di 2/3 punti percentuali; nei Bio il 66% delle vendite è appannaggio dei Cava Tradicional.
La sfida, insomma, è quella di portare i winelover sui Cava Premium e di convincere, soprattutto, i clienti internazionali lasciando, almeno in parte la facile leva del prezzo, e lavorando sul valore. Semplice a dirsi, più complesso ovviamente (e costoso) a farsi.

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