Lamole di Lamole Chianti classico: la verticale dal 1983 al 2016

Il borgo diffuso di Lamole – a metà strada fra Firenze e Siena –  è noto sin dal tempo dei Romani come zona ideale per la coltivazione della vite e dell’ulivo; nel Medioevo si proseguì nello sviluppo agricolo del sito (venne edificato un castello a protezione di questo territorio) e nel corso dei secoli questo divenne uno dei luoghi più distintamente al vertice qualitativo della regione prima e della denominazione poi. A conferma di ciò la decisione di testare proprio a Lamole i nuovi cloni di Sangiovese e delle altre specialità autoctone per far ripartire, nel secondo Dopoguerra, il prestigio del Chianti.

Anche se oggi il borgo di Lamole vede una costante riduzione degli abitanti, il predominio della vite e dell’ulivo – assieme alle lame, i calanchi, che contraddistinguono i fianchi delle sue colline – è una componente fondamentale del paesaggio e del lavoro degli uomini, almeno dei pochi rimasti. A Lamole (e poi nel fondovalle a Greve con l’acquisto e la riconversione di una antica distilleria di grappa) Santa Margherita ha avviato nel 1993 i suoi tenimenti toscani (complessivamente oltre 120 ettari di proprietà vitati, tutti a conduzione biologica) che comprendono oltre al Chianti classico anche la Maremma. Su Lamole, il gruppo di Fossalta ha investito molto – nelle tecnologie di cantina e soprattutto nella sua componente agricola – ripristinando gli antichi terrazzamenti e la pacciamatura, testando e adottando poi i protocolli di conduzione biologica, proteggendo il bosco e la biodiversità. Una “verticale” sull’arco di trent’anni ci ha consentito di ritrovare facilmente il “tratto distintivo” di Lamole.

2016 Chianti classico Etichetta Bianca

Questo Chianti rappresenta l’entry-level attuale della cantina di Greve in Chianti, eppure è stato premiato col Tre Bicchieri del Gambero rosso. Blend di Sangiovese e altri vitigni minori. Fermentazione in acciaio con macerazione di sette, dieci giorni; dopo sei mesi inizia l’affinamento in botte grande di rovere. Una lettura “di scuola” del Chianti, con profumi di viola, ciliegia matura e frutti a bacca nera molto elegante e gradevole, invitante, fresco alla beva. Un vino di alta classe, incredibilmente accessibile e facile da “leggere” anche per un neofita del vino.

2015 Gran Selezione Vigneto di Campolungo

Il cru di Campolungo è ubicato a valle della piazza del piccolo borgo di Lamole, sotto la chiesa parrocchiale e il cimitero. A fianco dei cipressi si estende il vigneto, oggetto di una costante e minuziosa attenzione. Il blend vede a fianco del Sangiovese anche il Cabernet sauvignon. Salasso immediato del 20-30 per cento del mosto e vinificazione in acciaio. L’affinamento avviene sia in tonneaux che in barrique per un periodo di due anni. Ovviamente, già all’olfatto mostra la sua complessità con note balsamiche che si aggiungono a quelle floreali e fruttate, più una leggera nota speziata. Il palato resta molto fresco, sorretto da una bella acidità, ma è ampio, complesso, ricco di sapori. Tornano i frutti neri, la prugna, spezie dolci e rabarbaro. Una nota mentolata ci accompagna al finale. Anche qui, l’eleganza e la piacevolezza la fan da padrone.

1997 Chianti classico Riserva

Sangiovese e Canaiolo, due anni di affinamento in botte di rovere. Siamo davanti ad un Chianti con più di venti primavere sulle spalle. Il colore del vino è soltanto leggermente granato sull’unghia, ma è vivo, trasparente, senza impurità, senza cedimenti. Diamo merito all’enologo ed alla natura del luogo, al genius loci, a chi volete…ma nel bicchiere questa gran maturità non si palesa. I profumi arrivano al naso senza bisogno di far respirare a lungo il vino. Ciliegia e marasca con note di sottobosco all’olfatto; il palato è pieno, ampio, coerente col naso, il vino non scappa via, si lascia apprezzare e si conferma invitante alla beva.

1983 Chianti classico Etichetta Bianca

Questo vino precede l’acquisto di vigna e cantina da parte del gruppo Santa Margherita (1993).  Qui non è cambiato soltanto il proprietario, ma anche l’enologo, le tecnologie in cantina, gli stessi vigneti. Sicuramente Andrea Daldin (che oggi è responsabile di Lamole di Lamole e che ha seguito sin dall’avvio questa avventura) avrà i quaderni di campagna relativi a questa annata, ma a noi – francamente – importa poco. Perché questo trentenne, oramai quasi quarantenne, che è invecchiato in cantina senza essere stato depositario di chissà quali attenzioni, stupisce per la sua freschezza, la sua vitalità.  Un vino da bere, con rispetto sì, ma da bere. Perché fa proprio una gran figura nel bicchiere…

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