Io bevo italiano: caro Marco, perché è una campagna sbagliata e molto pericolosa

(di Beppe Giuliano) In questi giorni di emergenza Coronavirus è partita da Verona una campagna, rivolta al pubblico di bar, osterie, ristoranti (oggi in apnea, ma quanto prima di nuovo in pista) e winelover che si chiama “iobevoitaliano”. La campagna è stata lanciata sui social da un bravissimo sommelier e divulgatore di vini, Marco Scandogliero, miglior sommelier Ais nel 2016, autore di guide e format televisivi. Competente e appassionato. Marco è anche giovane e quindi è destinato a calcare la scena del vino italiano per molti anni a venire.

Posso capire l’origine della campagna: agli inizi di questa stagione di pandemia l’impressione che l’Italia sia stata lasciata sola dai Paesi fratelli europei è stata molto forte. Ci siamo tutti commossi a vedere l’arrivo degli aiuti cinesi, dei medici cubani, dei virologi russi in Italia a dare una mano e ci siamo tutti incazzati nel sentire come Germania, la Polonia, la Repubblica Ceca ecc ecc abbiano bloccato forniture per noi indispensabili. Ci siamo talmente abituati a vedere gli aiuti che arrivano da una parte da scordare quelli che arrivano dai nostri alleati storici: gli ammalati gravi ricoverati in Germania, gli ospedali da campo statunitensi, gli aiuti della Nato ecc .

E qui mi fermo. Torno alla campagna. Parliamo di vino e della bilancia commerciale agroalimentare italiana, ovvero la differenza fra entrate e uscite di valuta legate alle importazioni ed esportazioni.

Il vino italiano è, da sempre, una voce attiva di questa bilancia. Nel 2019 abbiamo venduto vino nel mondo per 6,4 miliardi €, con un ulteriore incremento rispetto ai 6,2 miliardi del 2018. L’anno scorso, le importazioni di vino dall’estero in Italia sono ammontate a 334 milioni € (badate bene, milioni non miliardi) con un calo rispetto ai 347 milioni del 2018. Insomma, abbiamo bevuto meno vino internazionale. Che poi così globale non è: di fatto beviamo vini francesi e spagnoli. E del vino francese, 234 milioni, la gran parte è Champagne: 191 milioni €. Potrebbe essere questo Champagne tralasciato a favore di Trentodoc, Franciacorta, Alta Langa, Oltrepò, Durello ecc ecc? Magari, ma: primo non avremmo abbastanza bottiglie; secondo: il pubblico che vuole Champagne beve comunque bollicine italiane, ma in alcune circostanze non rinuncia al blasone francese.

Se poi allarghiamo l’analisi all’intero agroalimentare, vediamo come il 2020 arrivi sull’onda di una crescita molto forte delle nostre esportazioni che hanno quasi raggiunto (mancano 800 milioni€ più o meno) le importazioni: 44,6 miliardi di export (più 1,2% sul 2018) a fronte di 45,3 miliardi di import (più 1.4% sul 2018 dopo che questo era caduto dell’1,3% sul 2017).

Insomma, anche qui non stiamo andando male. E dove vendiamo i nostri prodotti agroalimentari? Nell’Unione europea, senza dazi, per 27.3 miliardi €.

Da qui ne consegue la mia domanda: a chi giova la campagna “iobevoitaliano”? agli Italiani? più di così? a noi che non ci arrischiamo, salvo rare occasioni, a consumi non della nostra regione? Il pericolo, lo ricordo a tutti noi, è un effetto boomerang con Francesi, Tedeschi, Americani, Svizzeri, Canadesi ecc… che come risposta ad una campagna sciovinista potrebbero dire anche loro “iobevofrancese” o tedesco o spagnolo ecc Il fatto che diversi Paesi importatori non abbiano una produzione interna di vino sufficiente a coprire i consumi, potrebbe non essere uno scudo sufficiente a tutelare i nostri interessi commerciali.

Per questo ritengo errata la campagna “iobevoitaliano”. Rischia di fare più danni che benefici. Questo non vuol dire che per mille ragioni, compresa la sostenibilità ambientale, dobbiamo prestare attenzione ai nostri produttori, star loro vicino, aiutarli nelle loro giuste rivendicazioni di ottenere un reddito più alto. Ma i numeri ci dicono che è quello che già stiamo facendo. Io le arance le compro online in Sicilia, non prendo quelle spagnole al supermercato. E’ una scelta di etica economica, di qualità intrinseca del prodotto, e di gusto personale. Ma non ne farei una battaglia ideologica. Perché da una guerra così ne uscirebbero con le ossa rotte i nostri produttori. Eviterei: in quanto a sfighe al momento non ci batte nessuno.

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