Buttafuoco Storico: il sogno di un grande Oltrepò

(di Daniela Scaccabarozzi) Sinuose e pittoresche colline formate da ripidi versanti e fitti crinali, delimitate dalle acque di due torrenti, il Versa e lo Scuropasso, un angolo nell’Oltrepò Pavese costituito dai Comuni di Broni, Canneto Pavese, Castana, Cicognola, Montescano, Stradella e Pietra de’Giorgi. Siamo nella culla del Buttafuoco Storico, l’aristocratico vino dell’Oltrepò, quasi di nicchia, considerata la produzione limitata (70.000 bottiglie annue) ed anche per questo, di elevato livello qualitativo.

Coltivato sulla prima fascia collinare, ad una altitudine tra i 200 ed i 300 m. circa, con vigneti esposti tutti a sud, questa zona è particolarmente adatta per la produzione di vini rossi strutturati, carichi di colore e di un buon tenore alcolico. L’ottima maturazione delle uve poi e la vendemmia che viene effettuata all’inizio di ottobre, garantiscono la massima espressione varietale, donando complessità e corpo. Le condizioni microambientali, geologiche e non ultime quelle storiche, mettono il territorio dell’Oltrepò Pavese, tagliato a metà dal 45° parallelo ed in particolare quello dei Comuni del Buttafuoco, fra le zone del mondo più vocate per la produzione di vini rossi.

All’interno di questa zona piuttosto limitata (si tratta di circa 2.000 ettari), vi sono poi tre sottozone diverse per tipologia di terreno, che conferiscono ai vini delle caratteristiche distinte tra di loro. La zona a nord, chiamata “le Ghiaie”, con vigneti molto ripidi, è composta da sabbia e ghiaia che danno vita a vini ricchi, leggermente spigolosi da giovani, ma dalla elevata longevità, la zona centrale, denominata “le Arenarie”, costituita da rocce calcaree ed argillose che apportano mineralità ed acidità e quella più a sud, definita “le Argille”, con vigne dalle minori pendenze e formata da argille stratificate, che regalano alcolicità e corpo.

Il Buttafuoco è una DOC dal 2010 ma non ha mai avuto un consorzio che lo tutelasse; per questo, nel 1996, undici viticoltori (diventati oggi sedici) decidono di mettersi insieme per formare il Club del Buttafuoco Storico, istituendo un rigido protocollo interno per dare vita ad un prodotto di maggiore pregio. Oltre che ad essere esaminati da una commissione esterna che controlla il vigneto, la potatura, la densità delle piante e le tempistiche della raccolta (rigorosamente a mano), degli enologi verificano poi la fermentazione, che deve avvenire con macerazione congiunta delle diverse uve vendemmiate nello stesso giorno e l’anno successivo viene effettuato il primo assaggio per seguire e valutare l’evoluzione. Solo superando queste ispezioni e raggiungendo un punteggio finale che sia di almeno 80/100 si può far parte del Club del Buttafuoco Storico.

Inoltre il vino deve affinare per almeno 12 mesi in botti di rovere e 6 mesi in bottiglia. Prima di essere messo in commercio, devono trascorrere almeno 36 mesi dalla vendemmia (anche se molti viticoltori scelgono di cominciare le vendite dopo 40/48 mesi per avere un vino più rotondo e pronto).

Le uve utilizzate sono: croatina (50%) che apporta la struttura polifenolica, il colore ed i sentori di frutta rossa, barbera (25%), che dona acidità ed il restante 25% da ughetta ed uva rara, che regalano eleganza ed un briciolo di austerità. Quattro vitigni, quattro espressioni dello stesso terroir nell’interpretazione di ciascun produttore. Ogni vitigno rilascia quindi la sua sfumatura, il suo carattere. Il risultato è un vino articolato, pieno, robusto e di lungo invecchiamento, nato esclusivamente da vigneti dedicati (per questo si può dire che sia un cru), per una eccellenza senza compromessi che non guarda alle mode e che non è nemmeno una strategia di marketing, ma l’inizio di un percorso proiettato verso il futuro.

Tradizione, territorio e cultura locale sono i cardini dai quali parte il Buttafuoco. L’uomo e la ricerca creano la differenza, o meglio l’identità, il DNA di uno stile teso fra storia e modernità. Ecco allora che la perseveranza su un progetto, la severità delle scelte portate avanti dai membri dell’associazione diventano fondamentali per ottenere un prodotto di valore, capace di misurarsi con i grandi rossi d’Italia e ridare dignità ad un territorio troppo spesso bistrattato. “Noi crediamo nelle vigne e crediamo in un vino che racconta un Oltrepò Pavese dalla forte personalità. La nostra forza è l’unione tra noi produttori, la condivisione di valori ed intenti che negli anni ci ha portato fino a qui” dichiara Marco Maggi, presidente del Club.

La bottiglia del Buttafuoco storico è identica per tutti i vignaioli e riporta un marchio ovale che ricorda la forma di una botte con all’interno un veliero. Per quanto riguarda il veliero, la leggenda narra che dei marinari austriaci, nella seconda metà del 1800, disertarono una battaglia nei pressi di Portalbera perché si imbatterono in un vino locale chiamato appunto Buttafuoco, che li impegnò per tutta la notte dentro una cantina. Quanto al suo nome invece, si dice si chiami così perché il poeta milanese Carlo Porta, una volta assaggiatolo, esclamò: “El buta me el feug”, ossia brucia come un fuoco, da tanto era potente. Ad ulteriore salvaguardia, troviamo sulla bottiglia un adesivo che riporta un numero progressivo, insieme ai “fuochi” che indicano la qualità dell’annata (che va da tre a sei).

C’è da dire che il lavoro manuale, la fatica e l’impegno di questi vignerons li ha premiati nel tempo ed i risultati non si sono fatti attendere. Ultimamente sono arrivati infatti diversi premi dalle guide di settore e le vendite negli ultimi tre anni sono in crescita del 20% annuo. (1/Segue)

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