Nicoletto, così è nato il Manifesto del vino italiano 2030

(di Elisabetta Tosi) Se si dovesse fare un quadro di tutto ciò che non funziona nel mondo del vino italiano, probabilmente si finirebbe per scrivere un libro abbastanza corposo di geremiadi fin troppo note. Eppure arriva  il momento in cui bisogna fermarsi e riflettere,  fare il punto della situazione di dove si è arrivati se si vuole capire dove si sta andando, e se la direzione è quella giusta.

E’ quello che ha fatto Ettore Nicoletto, manager del vino di lungo corso, ieri a.d. del Gruppo Santa Margherita, oggi di Bertani Domains, oltre che presidente del Consorzio del Lugana. “Erano anni che con due-tre amici parlavamo di un progetto che potesse mettere insieme le competenze e le esperienze non solo di manager e imprenditori del vino, ma anche di avvocati, commercialisti, esperti di comunicazione del settore per potere condividere una visione del vino italiano di lungo periodo” racconta l’interessato, intervenuto al Business Forum di Wine2Wine.

«L’intento non era di guardare solo agli aspetti promozionali che dipendono dalla disponibilità di fondi europei, ma di affrontare un tema più ampio, che toccasse più argomenti, spaziando dalla produzione alla gestione del potenziale produttivo, dal posizionamento del vino italiano alle risorse umane, all’enoturismo, la digitalizzazione, la sostenibilità. Volevamo affrontare il tema del futuro del vino nella prospettiva più ampia possibile, toccando i temi strategici più importanti».

L’idea viene condivisa anche con altri colleghi, che aderiscono con entusiasmo al progetto; nel giro di poco tempo il gruppo cresce fino a contare 24 persone. «Figure rappresentative di tutta la filiera del vino – continua Nicoletto –  Abbiamo coinvolto piccole imprese, medie, privati, cooperative, operatori della distribuzione, enotecari, , bottiglierie, esperti di altri settori come il lusso e la moda…». Ce n’era abbastanza per dividersi i compiti e infatti per oltre un anno, i 24 hanno lavorato su 6 tavoli tematici: equilibrio domanda e offerta, identità e posizionamento del vino italiano (in Italia e all’estero), comunicazione, enoturismo, sviluppo delle strutture e ricambio generazionale, formazione delle risorse umane e sviluppo delle competenze. A questi temi hanno poi aggiunto altre  due aree trasversali a tutti: sostenibilità e digitalizzazione.

Di ciascuno di questi temi sono stati analizzati problematiche, rischi, opportunità: alla fine sono state messe  nero su bianco una serie di raccomandazioni, che insieme costituiscono un documento di circa 70 pagine: il Manifesto del Vino Italiano Vision 2030, che sarà rivelato entro quest’anno. In esso per ciascun tema vengono individuate delle direttrici che intendono rappresentare uno stimolo a tutta l’industria del vino. Nicoletto tiene a precisare che tutto ciò vuol essere solo uno stimolo, o meglio l’inizio di un dialogo: «Non vogliamo sostituirci a nessuno: non ai rappresentanti delle imprese, non ai Consorzi o alle istituzioni pubbliche…  Vogliamo solo dare un contributo».

Ma quale è la novità di questa riflessione collettiva? «Il fatto che 24 manager e imprenditori che sui mercati sono concorrenti tra loro si sono messi insieme per affrontare in modo aperto e trasparente lo sviluppo di una visione strategica del vino italiano dei prossimi 10 anni – risponde il manager -. Siamo stati molto realisti nell’affrontare le diverse questioni: tutti i temi che abbiamo sviscerato hanno rivelato criticità e punti di debolezza. Per fortuna, abbiamo anche capito che le opportunità che ci si offrono sono nettamente superiori». Tutto starà a saperle cogliere.

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